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mercoledì 28 dicembre 2011

AURORA cap 8

Padrona Elviria si era svegliata male, era nervosa, alle 7 in punto entrando in camera sua per portarle la tazza di caffè come ogni mattina, notai subito il suo sguardo particolarmente arcigno.
Appena posato il vassoio sul comodino, al improvviso mi rifilò due violenti schiaffoni in pieno viso che mi fecero barcollare fino quasi a cadere a terra, padrona Elviria ha le mani molto pesanti e i suoi schiaffi sono come treni che arrivano in pieno volto, un secondo dopo il mio viso era completamente rosso, a fatica trattenni le lacrime, mi era stato proibito piangere e se lo avessi fatto avrei dovuto subire dure punizioni.
-Tu stupida serva, mia figlia troppo buona con tè, io insegnerò a te come si serve Signora, perché tu non avere testa coperta con fazzoletto?
-Ohh mi perdoni padrona nella fretta mi sono dimenticata.
Un altro sberlone mi arrivò violento, poi con calma la signora Elviria si mise a sorseggiare il caffè, come mi era stato insegnato mi inginocchiai in attesa che avesse finito.
Una volta finito, scese dal letto e mi prese per l’orecchio sinistro, mi trascinò fino in cucina obbligandomi a camminare quasi piegata, prese uno strofinaccio di quelli che si usano per asciugare i piatti appeso al muro, quindi non pulito in quanto era già stato usato e mi obbligò a metterlo in testa come se fosse il fazzoletto legandolo dietro sulla nuca.
-Mai più voglio vedere te senza questo in testa, capito stupida sguattera schifosa.
-Si padrona, come comanda. Risposi con tono umile.
-Adesso tu baciare i piedi di tua padrona. Ordinò.
In quel momento apparve sulla porta della cucina padrona Rocsana.
Vedendola le feci l’usuale inchino di riverenza e mi arrivò un altro sberlone da parte di Elviria.
-Inginocchiati davanti a tua padrona. Urlò, velocemente ubbidii. 
-Che cos’è tutta questa confusione, mi avete svegliato e se continuate sveglierete anche Gianpiero.
-Questa serva non ha messo fazzoletto in testa. Disse Elviria.
-Vedo che lo strofinaccio da cucina le sta bene, da oggi in poi dovrà mettere sempre quello, anche quando esce a fare la spesa o ci accompagna in giro per il paese.
Solo a sentirlo dire già mi vergognavo e il mio viso divenne paonazzo.

Alle nove le padrone e Giampiero stavano facendo la colazione sul terrazzo di casa, Rocsana era eccitata, la sera avrebbe dato una cena con qualche amico per annunciare il suo imminente matrimonio con lo scapolo d’oro, l’uomo più sognato da tutte le ragazze in cerca di marito, appunto Giampiero.
Rocsana a 27 anni ormai era una donna ricca, grazie al pollo del mio ex marito, al quale aveva tolto tutto,
Gianpiero era ricco di famiglia e sembrava proprio che i due si amassero, in precedenza ogni suo amante mi aveva usato sessualmente per volere della mia padrona, Giampiero mai.
-Oggi grandi pulizie, per tutto il giorno. Annunciò padrona Rocsana.
-Controlla tu per piacere che la serva faccia le cose fatte bene. Disse ad Elviria, alla quale già brillavano gli occhi, vedermi sgobbare come un mulo la soma la eccitava.

Elviria era incontentabile il pavimento del salone me lo ha fatto rilavare tre volte, poi la spesa al supermercato, camminando con lo sguardo basso, dietro di lei, carica come un mulo delle buste della spesa con in dosso uno sgraziato grembiule da fatica, quello giallo di gomma ormai logoro e quello strofinaccio messo come se fosse un fazzoletto legato dietro la nuca, provocavano in me un forte senso di vergogna.
Una volta tornate a casa, mi ha mandato subito in cucina a preparare il pranzo per la sera, lei era sempre dietro a controllare e comandare, finché si è seduta su di una sedia della cucina.
-Serva venire subito a leccare mia figa. Ordinò.
Mi sono inginocchiata davanti a lei e ho conciato a lappare la sua vulva un po’ spelacchiata, lei ha aperto le sue cosce perché potessi infilare meglio la testa fra le sue gambe e la lingua fino infondo alla figa, credo di essere andata avanti per quasi mezzora la mia faccia era piena di secrezioni ma i suoi contini sussulti mi facevano capire che padrona Elvira gradiva molto, ad un tratto raggiunse l’orgasmo lungo e violento mentre io la leccavo con ancora più passione.
-Datti da fare serva, lecca tua padrona. La sentii mugugnare mentre raggiungeva l’apice del piacere, ho continuato e continuato fino al ultimo spasimo e poi ancora per ripulirla completamente, non sentivo più la lingua e le ginocchia erano informicolate dalla scomoda posizione tenuta cosi a lungo.

-Tu in ritardo con la cena, datti da fare per recuperare, anche un solo minuto di ritardo nel servire cena ti costerà punizione.
Elviria, un secondo dopo aver goduto selvaggiamente aveva già ripreso la sua normale espressione dura in volto.
La mia vita ormai era questa, duro lavoro e umiliazioni continue da parte delle padrone, non avevo più una vita privata ne un amica, nel quartiere tutti sapevano del dominio totale delle mie padrone su di me che una volta ero la signora Aurora e adesso solo la serva delle Rumene, come tanti mi chiamavano,  un incubo o un sogno dal quale però non volevo svegliarmi perche mi piaceva terribilmente.

AURORA cap 7

Il momento in qui Elviria e Rocsana prendono il caffè dopo la cena rilassate sul divano è il momento della mia supplica quotidiana, almeno una volta al giorno devo inginocchiarmi davanti a loro con la fronte appoggiata per terra e pregarle di tenermi al loro servizio.
Quella sera seduta a fianco alle mie padrone che prendevano il caffè con loro vi era anche la signora Mariagrazia del sesto piano e Giulia del secondo.
Inginocchiata a terra nella mia stessa posizione c’era Caterina la cameriera della signora Mriagrazia.
-Dobbiamo fare qualcosa, altrimenti queste due passano il tempo a chiacchierare fra di loro invece di lavorare. Disse la mia padrona Rocsana.
-Ah io a Caterina la mando alla trattoria qui a fianco a fare la lavapiatti da mezzogiorno alle tre, tanto io a quell’ora non ci sono, cosi la tengo impegnata.
Disse la signora Mariagrazia.
-Ottima idea. Ribadì la mia padrona mentre si guardava lo splendido anello con un grosso diamante incastonato che portava al dito.
Fu Giulia ad accorgersene.
-Ma è nuovo che splendore.
-Si me lo ha regalato Gianpiero ed è l’anello di fidanzamento.
In quel momento nessuno se ne accorse,anche per via della posizione in qui eravamo, solo io notai che dagli occhi di Caterina spuntò una piccola lacrima.

Giampiero abitava al terzo piano, era un affascinate trentenne di famiglia molto ricca, si era laureato a Boston e dirigeva una delle aziende di loro proprietà, da un paio di mesi usciva con Rocsana, innumerevoli erano le ragazze che aveva avuto per lo più modelle, Caterina era sempre stata segretamente innamorata lo immaginava come il principe azzurro che un giorno sarebbe arrivato a salvarla e l’avrebbe sposata rendendola ricca e felice.
-Ti ha chiesto di sposarlo? Chiese ancora Giulia un po’ contrariata, anche lei aveva mire su di lui.
-Certo ieri sera al ristorante si è messo in ginocchio in mezzo alla sala e me lo ha chiesto.
-E tu hai accettato.
-Accetterò, tra un po’ per adesso lo tengo sulle spine. E tutte si misero a ridere.
Si noto chiaramente lo sguardo di invidia di Giulia, mentre la signora Mariagrazia si dimostrò veramente contenta per Rocsana.

-Va bene allora per tenere impegnata Aurora se Giulia è d’accordo può andare due giorni a settimana a fargli le pulizie a casa, naturalmente a titolo gratuito per l’amicizia che c’è tra lei e me, ovviamente oltre alla pulizia delle scale e poi si occuperà del piccolo giardinetto del condominio. Rocsana aveva calcato la mano come potevo fare tutto mi domandavo impaurita tra me e me.
Caterina andò a baciare i piedi alla signora Mariagrazia, io feci lo stesso con la signora Elviria e con la mia padrona Rocsana, la quale mi ordinò secca
-Bacia subito i piedi alle altre due signore qui presenti.
-Anche tu Caterina bacia i piedi elle altre signore. Disse la signora Mariagrazia.
Io e Caterina ubbidimmo velocemente sena fiatare.
-Bene io vado a prepararmi che stasera esco con Gianpiero. Disse la mia padrona.
Le signore si alzarono e Giulia disse
-Allora se tu non hai bisogno avrei un lavoretto per Aurora.
-Prendila pure, tanto per stasera non mi serve.

Quella strega della Giulia mi ha fatto stirare una montagna di roba fino quasi a mezzanotte poi mi ha chiamato dal salotto dove era seduta sul divano.
-Quando vieni a lavorare da me devi mettere questi appena entri in casa. Mi disse indicando un grembiulone rosso di gomma e un altro grembiule di tela bianco, appoggiati su una sedia.
-Uno sopra l’altro?, signora Giulia. Chiesi.
-Certo in oltre devi portare sempre il fazzoletto in testa, ci tengo molto. Capito serva?.
-si signora Giulia.

Poi si tolse camicetta e reggiseno
-ti piacciono le mie tette? Mi disse.
-Sono bellissime signora Giulia.
-Baciamele, te lo ordino
Piazzai la testa tra i suoi grossi seni e cominciai a baciarla selvaggiamente, lei apprezzò e con una mano mi alzò la gonna mi abbassò le mutandine e cominciò a massaggiarmi la vagina, dopo un po’ mi infilò un dito nel sedere, mentre con l’altra mano le sue dita scivolavano nella mia vulva bagnata, per un tempo che mi è sembrato lunghissimo finché venimmo travolte da una pulsione sessuale sublime, gemevo di piacere mentre Giulia scese dolcemente verso il mio sesso bagnato e con le mani mi accarezzava delicatamente le cosce, mi infilò la testa tra le gambe e iniziò a leccarmi la figa con calma la lingua si infilava in profondità delle mie parti intime, ad un certo punto sentii un forte calore salirmi dentro, poi ancora mi infilò con un colpo deciso due dita nella figa e un altra nel culo, riuscii a trattenermi a stento dal urlare, non so per quanto tempo non ho capito più niente, poi tornai in me quando sentii l’inconfondibile rombo della Jaguar di Gianpiero entrare nel cortile per andare nei garage sotterranei. 

-Sta ritornando a casa la mia Padrona signora Giulia, posso andare da lei, di solito ha bisogno di me, la devo aiutare e struccarsi e spogliarsi.
-Si vai. Mi rispose fredda.
Sono rientrata in casa proprio mentre la mia padrona e il fascinoso Giampiero si stavano dirigendo in camera da letto.
-Aurora svegliaci domani mattina alle otto mi con la colazione. Disse la mia padrona mentre chiudeva la porta dietro di se, non mi restava che ritirami nello sgabuzzino a sdraiarmi sulla mia brandina.

AURORA cap 6

Lavare otto piani di scale mi spezza la schiena, specialmente nelle giornate di pioggia quando ogni persona che entra lascia le impronte delle suole bagnate e mi tocca rilavare, nell’atrio c’è sempre un gran via vai di persone e nessuna si cura minimante di pulirsi i piedi sugli zerbini prima di entrare,dovendo lavare tutto stando in ginocchio perché la mia padrona Rocsana è convita che quello è l’unico modo per lavare bene e far venire pulito come si deve, cerco di tenere sempre la faccia rivolta verso il basso per evitare gli sguardi dei condomini, anche se è impossibile passare inosservata in quanto la mia Padrona mi fa indossare il grembiule giallo di gomma pesante che salta particolarmente al occhio.
Ogni tanto la signora Elviria, la madre della mia Padrona Rocsana, apre la porta di casa e mi urla dalla tromba delle scale.
-Auroraaa.
-Comandi Signora  Elviria. Le rispondo
-Tu dovere sbrigarti, che avere bisogno di te in casa.
-Arrivo subito signora Elviria. Rispondo interrompendo il lavoro per andare in casa a sentire di che cosa ha bisogno, a volte vuole che le faccia il tè altre un massaggio ai piedi, altre volte mi manda a comprare qualcosa.
Alla fine tra un interruzione e l’altra è l’ora di andare a preparare il pranzo, Rocsana torna sempre affamata dalla palestra e non le piace aspettare.
Mi ero appena cambiata il grembiule di gomma ormai sporchissimo per infilarmi quello bianco che uso per cucinare, quando ho sentito la padrona entrare in casa, dal vociare ho capito che era con Giulia la sua amica del secondo piano, una ragazza di ventisei anni sfacciata e volgare che ride in continuazione.
Sento che si salutano e si danno appuntamento nel pomeriggio, esco dalla cucina per andare salutare la mia Padrona ma l’arcigna Elviria mi blocca mettendosi davanti a me, abbasso lo sguardo.
-Posso lasciare momentaneamente il lavoro per andare a salutare la mia padrona? Chiedo
So che Rocsana ci tiene molto ad essere ossequiata inginocchiandosi ai suoi piedi e porle il mio bentornata a casa baciandole le scarpe e cerco di farlo sempre.
-No tu ritardo in cucina, torna lavoro. Fu l’ordine perentorio della signora Elviria.
Dopo neanche due minuti sento suonare il campanello, vado ad aprire è Giulia.
-Chiama la tua padrona subito. Mi dice con il suo sorrisetto da presa in giro.
-Si signora Giulia.
-Padrona Rocsana, la signora Giulia la vuole.
-Ciao Giulia cosa è successo?
-E’ successo che la lavascale qui presente non è passata a pulire il mio piano.
-Ma vi giuro che sono passata Padrona. Rispondo a capo chino
Uno schiaffo in peno volto di Rocsana mi colpi facendomi perdere l’equilibrio fino quasi a cadere, appena mi sono rimessa in equilibrio me ne è arrivato subito un altro.
-Chiedi perdono in ginocchio alla signora Giulia, subitooo.
Rossa dagli schiaffoni e dal umiliazione mi sono messa in ginocchio.
-La prego di perdonarmi signora Giulia, provvederò appena possibile a lavare il suo piano.
Giulia con uno sguardo soddisfatto non mi guarda neanche.
-Sai che questa serva scansafatiche perde un sacco di tempo quando fa le scale a chiacchierare con Caterina la servetta di Mariagrazia del sesto piano, lei è spesso via e le due se ne approfittano.
-No Padrona non è vero, mi ha solo dato un bicchiere d’acqua una volta, ho bevuto e mi sono subito rimessa al lavoro.
Mi arrivò un altro schiaffone.
-Non osare contraddire quello che dice la signora Giulia, serva schifosa e chiedigli ancora perdono.
-Perdono signora Giulia non succederà più.
-Per punizione andrai a farle le pulizie a casa della signora Giulia domenica pomeriggio,adesso fila a preparare il pranzo che poi mentre io e mia mamma mangiamo tu devi andare a lavare il secondo pino,  poi quando arriva la signora Mariagrazia dobbiamo avvisala che la sua servetta perde tempo con te.
-Non ti preoccupare Giulia, dirò a mia mamma di controllarla di più.
-Si adesso controllare io che nostra serva faccia lavoro. Ruggì Elviria.
Mentre le mie padrone pranzano solitamente mi fanno stare inginocchiata ai loro piedi e danno i loro avanzi, è stata Elviria a decidere che non potevo preparami del cibo e dovevo sfamarmi solo con gli avanzi, ma quel giorno mentre loro mangiavano mi mandarono a rilavare il secondo piano, che era già stato lavato ma Giulia ci godeva troppo nel vedermi umiliare e si era inventata tutto.
Con tanto di secchio e straccio mi sono messa giù in ginocchio a strofinare, dopo pochi secondi Giulia ha aperto la porta di casa e mi ha guardato mentre lavoravo, con aria maligna.
-Impegnati di più, frega più forte senò lo sporco non va via.
-Si signora Giulia.
E lei si mette a ridere di gusto
Dopo aver lavorato duramente per oltre venti minuti, Giulia è uscita sul pianerottolo con un bicchiere di latte in mano, guardandomi negli occhi sadicamente lo ha rovesciato per terra.
-Oh che peccato, si è rovesciato, devi rilavare tutto.
Mi sono sentita svenire, ero cosi abbattuta che non mi ero neanche accorta che Elviria era arrivata alle mie spalle,forse per controllarmi.
-Mia figlia bisogno di te serva Aurora, vai veloce da lei.
Mi sono sentita salvata propri dalla mia aguzzina, incredibile.   

La mamma della mia padrona è orgogliosa della posizione che si era fatta la figlia, partita dalla Romania povera in canna e diventata una ricca giovane signora, di come ha schiavizzato me e fregato mio marito che ormai non vive più con noi.
Per non dovermi pagare gli alimenti, prima della causa di divorzio aveva intestato il mega store di articoli e abbigliamento sportivo, comprato e avviato con i soldi della vendita del azienda di mio padre, a Rocsana, in modo da risultare che lui non avesse niente, l’idea era che dopo si sarebbero spostai e tutto sarebbe tornato a posto, ma la mia astuta padrona una volta sicura che tutto fosse suo lo ha lasciato e cacciato di casa.
L’appartamento era l’unica cosa intestata a me, un regalo di mio padre, cosi oltre ad essere serva in casa mia devo anche pagare le bollette di luce, gas e telefono, quest’ultima molto pesante per le innumerevoli chiamate in Romania da parte della mia padrona e la signora Elviria, e cosi se me va quasi tutto il misero stipendio che Rocsana mi da e che ormai è il mio unico sostegno, mentre lei ora è davvero la padrona e vive come una regina ha la possibilità di spendere molto per i suoi vizzi e naturalmente ha molti amanti e a volte passano anche mesi prima che si lasci toccare da me, poi improvvisamente le viene la voglia e allora magari mi tiene nel suo letto per un pomeriggio intero, mi concede di leccarla dappertutto, le passo la lingua su tutto il corpo, non vuole che usi mai le dita devo farla godere solo con la lingua affondandola sempre più lontano fino a strusciare il naso sul clitoride le riempio di saliva il pube e la parte alta della cosce fino a quando mi ritrovo la faccia coperta dalle sue secrezioni, i suoi sussulti spasmodici mi fanno capire che e giunta all’orgasmo.
La signora Elviria invece è molto più brutale ama usare uno “strap on” un pene artificiale montato su un imbragatura che si lega in posizione dei genitali maschili e diventa come un pene eretto, mi fa mettere alla pecorina con le chiappe tenute aperte dalle mani in modo da vedere bene il buco e me lo infila dentro, brucia parecchio e mi da l’ impressione di dover andare di corpo ma poi passa e il piacere è intenso, come essere posseduta da un uomo

Quando sono tornata al secondo piano per rilavare il pavimento ho trovato Caterina già al lavoro.
-La mia padrona mi ha mandato per punizione a pulire il piano e poi la casa di quella strega ballista della signorina Giulia, le ha detto che perdiamo tempo a chiacchierare. Mi ha sussurrato con un filo di voce per non farsi sentire.
Io e Caterina ci siamo guardate negli occhi e ci siamo capite come si capiscono madre e figlia o due sorelle, quella era la nostra vita e la nostra esaltazione nell’ umiliazione.   

AURORA CAP 5 "sempre più in basso"

La mia padrona mi aveva fatto mettere una brandina nello sgabuzzino delle scope tra gli stracci, secchi e detersivi, una volta posizionata mi aveva detto.
-Qui ci stari benissimo,  questo è il tuo posto da adesso in poi.
Dalla Romania stava per arrivare era la signora Elviria mamma di Rocsana che si sarebbe sistemata nella camera dove dormivo io da quando Rocsana aveva preso il mio posto nel letto con mio marito.
Per l’occasione la mia padrona mi aveva fatto fare due divise perché davanti a sua mamma dovevo essere solo la serva, una era la classica nera con grembiulino bianco in pizzo di sangallo e crestina, per servire a tavola, l’altra era per i lavori di casa, un camice a righine bianco e azzurro con un grembiule bianco ampio e pesante, avevo accettato anche questo per amore suo e di mio marito, anche se mi coinvolgevano sempre di meno nei loro rapporti sessuali, ormai dovevo limitarmi a guardali mentre scopavano e poi fare la sguattera ripulendoli entrambi dalle secrezioni con la lingua nelle parti intime.
Solo quando era particolarmente su di giri la mia padrona mi permetteva di accarezzarla, sentirla torcersi e contrarsi con le mie carezze mi rende fiera di me, darle godimento anche senza riceverlo mi faceva essere felice, il momento di dolcezza che mi regalava dopo ave goduto, quando mi passa la mono sulla testa, come fa un padrone con il suo cane buono mi ripagava di tutte le volte che era fin troppo dura con me.
Un umiliazione terribile era stata quando in una riunione di condominio per decidere l’impresa che doveva fare le pulizie delle scale, Rocsana aveva detto.
-Inutile spendere soldi per l’impresa, la pulizia delle scale e dell’atrio le può fare gratis Aurora.
Tutti hanno subito aderito alla proposta e da allora due volte a settimana mi toccava lavare le scale, otto piani, ogni tanto qualcuno si lamentava del mio lavoro con  Rocsana e a quel punto lei mi mandava immediatamente a rilavarle per intero, poi quando rientravo in casa mi faceva mettere in ginocchio e cominciava a frustarmi con lo scudiscio sulle natiche finché non diventavano rosso fuoco, nei casi più gravi mi faceva stare dritta con il busto con le mani dietro la nuca e mi frustava le tette.
Erano passati due anni da quando Rocsana era entrata  nella mia vita e iniziò la mia schiavitù, tutto per me era cambiato, anche il mio aspetto fisico non era più lo stesso , niente più trucco, capelli rasati a mazzo centimetro, indossavo sempre i suoi vecchi abiti o camici informi e grembiuloni sempre legati ai fianchi, ed ora anche le divise che sancivano la resa totale, era il capolavoro della mia padrona Rocsana, riuscita anche ad imbruttirmi e rendermi invisibile agli occhi degli uomini.
Mentre lei 27 enne bellissima sempre con aria riposata e rilassata, elegantissima e curatissima aveva tantissimi ammiratori e qualche amante.     
Edoardo, mio marito da sempre era un burattino nelle sue mani, faceva qualsiasi cosa le chiedesse.
Rocsana era anche riuscita a farle assumere con un ruolo importante e un sostanzioso stipendio un suo amante, Antoniu anche lui Rumeno cinquantenne, convincendolo che era suo cugino.
In realtà era un suo amate che spesso veniva anche a casa quando Edoardo era via per lavoro, i due facevano sesso per ore chiusi in camera, poi di solito era lui a chiamarmi.
-Serva baldracca, lavami con la lingua davanti e dietro, sbrigati.
Le prendevo il pene ormai molle, senza imboccarlo lo leccavo per fargli il bidè, solitamente cominciava ad eccitarsi, e allora si distendeva sul letto a pancia in giù e mi ordinava di provvedere al dietro, con la massima devozione senza tralasciare nessuna piega lo leccavo fino in fondo.
Antoniu vedendomi umiliata in quel modo si eccitava sempre parecchio e questo infastidiva la mia padrona che appena ne aveva l’occasione mi cacciava via.

La signora Elviria arrivò un Venerdì pomeriggio aveva 55 anni piuttosto grassottella, con uno sguardo arcigno e duro, si dimostro subito spietata e mi manifestò il suo disprezzo immediatamente.
La sera stessa mentre servivo la cena, con la divisa nera classica da cameriera, disse
–Tu serva e tu dovere vivere come serva, in Romania serve mangiano avanzi di padroni dopo che loro andati a dormire.
Ho guadato prima mio marito che non mi considerava neanche e poi la mia padrona che ebbe per me uno sguardo compassionevole ma non disse niente.
La mattina dopo la signora Elviria aveva stabilito che quotidianamente dovevano essere lavati oltre ai pavimenti rigorosamente in ginocchio, tutti i vetri della casa, il bucato andava fatto a mano due volte a settimana, stiratura tre volte a settimana, lucidature argenteria due volte a settimana, altre al lavaggio del auto di Rocsana una volta a settimana.
La signora Elviria doveva essere sempre salutata con un inchino ogni volta che la si incrociava, facendo attenzione a tenere gli occhi abbassati, servita velocissimamente, guai a ritardare un secondo, quando ordinava qualcosa.
Dopo un paio di giorni dal suo arrivo ormai regnava sovrana, per aver lucidato le sue scarpe a suo dire non bene come voleva lei mi aveva sputato in faccia, un umiliazione cosi non l’avevo mai provata, poi mi ha impedito di ripulirmi facendomi restare a lungo con la sua saliva che mi colava rossa dalla vergogna e l’umiliazione, una settimana dopo per aver stirato una sua gonna con una piega sbagliata mi ha schiaffeggiato fino alle lacrime.
Dopo due mesi le mie padrone avevano convinto Edoardo a chiedere il divorzio.






AURORA cap 4 "grazie padrona"

Dopo cinque giorni che scontavo la punizione, ero ormai la barzelletta di tutto il quartiere, tenere il grembiule giallo di gomma, anche quando uscivo era terribilmente umiliante.
Tutti sghignazzavano al mio passaggio, invano avevo supplicato la mia padrona di condonarmi la punizione ma non c’era stato niente da fare, cosi ero quasi contenta la mattina quando dovevo svolgere lavori domestici pesanti: lavare i vetri delle finestre, lavare a fondo cucina e bagni, lavare i pavimenti in ginocchio. Per i pavimenti  la mia padrona aveva quasi una mania, dovevano essere splendenti, lucidati tutti i giorni senza nessuna eccezione, compreso domeniche e festivi e molto spesso mi li faceva rilavare perché non era mai soddisfatta, rigorosamente giù in ginocchio era un lavoro massacrante ma sempre meglio che uscire a fare le commissioni con il grembiule da sguattera.
Rocsana certi giorni non si faceva nemmeno sfiorare ne da me da mio marito, altri giorni invece la dovevo leccare da capo a piedi, le dovevo passare più volte la lingua sui capezzoli e poi gli e li succhiavo fino a che non le diventavano rossi.
Solitamente quando tornava dalla palestra non si faceva toccare, andava di corsa a farsi una doccia, quel giorno invece mi ordinò di seguirla in bagno, si fece spogliare, mi fece inginocchiare davanti a lei poi mi ordinò di leccagliela, io amo farlo cosi a comando di sorpresa, fin dai primi colpi capii che era appena stata con un uomo il quale le aveva eiaculato dentro, mi misi a leccargliela con ancora più gusto e passione mentre anche io mi bagnavo, sono bastate poche leccate perché venisse nella mia bocca, riempiendomi dei suoi umori misti ai residui di sperma del uomo che l’aveva posseduta prima, il mio corpo e la mia mente si incendiarono di passione, stavo per avere un orgasmo, ma lei si riprese e mi ordinò duramente
“Preparami il bagno”
Sicuramente il rapporto sessuale non lo aveva avuto con mio marito che quella mattina era via per lavoro.
Pensai tra me e me senza dire niente.

Mentre lei era nella vasca a rilassarsi cominciai a preparare il pranzo, ero indaffarata tra pentole e pentolini quando improvvisamente Rocsana arrivò in cucina avvolta in un asciugamano, parlava al cellulare.
“Allora arrivi ti aspetto, ciao” La sentii dire
“Schiava prepara per due.”
“Si padrona.” Penasi che Edoardo fosse tornato prima dal suo impegno e rientrava per il pranzo.
“Vieni qui.” Mi ordinò
Rocsana prese uno strofinaccio da cucina e me lo mise in testa tipo bandana.
“Cosi va meglio, devo comprarti dei fazzoletti da mettere in testa.” Disse con aria divertita
Ci mancava anche questa, pensai, è luglio fa un caldo boia, devo tenere il grembiule di gomma pesantissimo che mi faceva sudare come una fontana, adesso ci mancava anche il fazzoletto in testa come le contadine di una volta.

Verso l’una suonò il campanello, strano Edoardo di solito entrava con le sue chiavi. Pensai.
“Vai ad aprire stupida” Mi ordinò secca Rocsana.
Mi trovai davanti un uomo alto e robusto, sui quarant’anni, chiaramente di origini Nord Africane, molto affascinante, che mi fissò intensamente.
“C’è la signora Rocsana?” Chiese in modo gentile e in un buon italiano.
“Si entri pure.” Risposi
Lo feci entrare e un secondo dopo apparve Rocsana.
“Amid, sei arrivato finalmente.”
Le buttò le braccia al collo e si baciarono a lungo, quando si staccarono la mia padrona mi guardò con aria di sfida, io abbassai lo sguardo, in segno di sottomissione.
“Abbiamo fame, servici il pranzo, schiava”
Mi ordinò in secca.
Si sedettero a tavola, consumarono il pasto che io le servii come una perfetta cameriera, scherzando tra di loro e ignorandomi completamente, io provavo un forte senso di vergogna abbigliata come ero, il grembiulone giallo di gomma e lo strofinaccio in testa, mi umiliavano profondamente,  sembravo uno spaventapasseri, mentre lei Rocsana si era messa un favoloso vestito di Valentino, che la faceva sembrare ancora più bella di come era.
“Amid, questa mattina è stato bellissimo meglio del solito, ho una voglia pazzesca di farlo ancora.” Disse Rocsana con aria sognante.
Non aspettarono neanche il caffè, andarono subito in camera e chiusero la porta dietro di loro.
Mi chiamarono dopo circa tre quarti d’ora     
Amid mi si avvicinò mentre lei era rimasta distesa sul letto, mi spogliò con le sue forti mani, poi in modo un po’ brutale e selvaggio mi prese in mano le tette, con la bocca cominciò a mordermi il capezzolo, provocandomi dolore e piacere, mi fece sdraiare sul letto a fianco a Rocsana, poi i apri le cosce con forza, si mise le mie gambe sulle spalle e mi trafigge con un colpo secco,il suo pene e cominciò a muoversi freneticamente dentro di me, mi colse un ondata di beatitudine, persi la cognizione del tempo, non so quanto sia durato ero in entasi lui affondava i colpi sempre di più, finché esplose l’orgasmo inondandomi completamente.
Rocsana era rimasta li sdraiata al mio fianco, si era guardata la selvaggia scopata stranamente senza intervenire in nessun modo, improvvisamente mi prese la testa tra le mani e mi baciò con passione.
Quando si staccò guardandola languidamente riuscii solo a dire.
“Grazie padrona” 

AURORA cap 3 "pesanti umiliazioni"

Eravamo uscite a fare la spesa nei negozi sotto casa, Rocsana era elegantissima perfettamente truccata e fresca di parrucchiere, mentre io indossavo un vecchio vestito leggero stile contadinella di stoffa scadente, un grembiule rosso con i bordi bianchi e un paio di infradito ovviamente scalza, la mia padrona mi voleva senza calze, con ciabattine infradito in estate e nei mesi freddi con gli zoccoli e al massimo delle calze di cotone da uomo fino alle caviglie, se proprio la temperatura era rigida.
Portavo i pesanti sacchetti della spesa che contenevano frutta, verdura, e cibarie varie del minimarket, mentre lei aveva un elegantissima borsa di Gucci, in oltre mi aveva proibito qualsiasi tipo trucco, in modo da farmi proprio sfigurare di fianco a lei.
Gli sguardi delle persone che ci incrociavano, mi provocavano vergogna imbarazzo umiliazione ma anche eccitazione, Socialmente quello era il mio funerale, la mia fine, ne ero consapevole e nonostante questo camminavo al suo fianco apparentemente tranquilla, ma dentro di me si mescolavano tante emozioni.
Pur di leccare la sua bellissima passera e sentirla venire copiosamente nella mia bocca, le avevo giurato fedeltà e obbedienza assoluta, disponibilità di essere al suo servizio 24 ore su 24 senza nessuna pretesa di ricompensa o godimento e silenziosa sopportazione delle umiliazioni e punizioni.
Incrociammo diverse persone che ci conoscevano, spietatamente Rocsana si fermava a fare due chiacchiere con tutti, io stavo li in silenzio sperando di scomparire.
I sorrisini gli sguardi indagatori mi umiliavano, ma in me umiliazione e eccitazione vanno di pari passo.
Quando finalmente rientrammo a casa erano circa le diciotto e trenta, l’ora in qui dovevo dedicarmi alla preparazione della cena, invece Rocsana mi mandò a lavarle la sua nuova Mini Cooper fiammante, naturalmente regalatale da mio marito che era parcheggiata giù nel cortiletto del condominio.
Mentre le lavavo la macchina passarono diversi condomini che mi osservarono, qualcuno con un sorriso, qualcuno con espressione di pena, qualcuno incuriosito. 

Quando dieci anni fa avevo sposato Edoardo lui lavorava nel azienda di mio padre come dipendente, essendo figlia unica quando mio padre si ritirò lascio tutto a me e io concessi a mio marito il totale controllo e pieni poteri del azienda, dopo circa tre anni, Edoardo la vendette e con i soldi incassati apri a suo nome un enorme negozio di abbigliamento sportivo.
Sono sempre stata sottomessa a mio marito che è un uomo affascinate, le ho sempre dato fedeltà e ubbidienza, in quel periodo lui era al massimo della carriera del guadagno con un affermato prestigio pubblico, mentre io mi ero trasformata in una casalinga sempre affannata nei lavori domestici.
Rocsana l’ho conosciuta nella associazione dove facevo volontariato, era appena arrivata dalla Romania non ancora nella comunità Europea e quindi necessitava di permesso di soggiorno, mi diedi molto da fare e riuscii a farglielo avere in breve tempo, poi la presi in regola a lavorare come colf con un regolare stipendio che ho sempre continuato a versarle.
Subito il primo giorno ha cominciato a fare la civetta con mio marito e dopo una settimana era la sua amante.

Appena finito di lavarle la macchina ritornai in casa, lei era seduta sul divano a guardare la televisione, mi guardò con aria schifata, ero sudata, il grembiule era sporchissimo e bagnato come il vestito.
“Stavo pensando che ti serve una divisa da lavoro e una per servire a tavola” disse.  
“Adesso fila a preparare la cena che tra poco sarà qui Edoardo e cambiati che sei conciata da far schifo” Aggiunse in tono secco.
Nonostante tutto riuscii a servire la cena con pochi minuti di ritardo, ma Rocsana lo fece notare a mio marito il quale mi ordinò di sollevare il vestitino da dietro e mi diede una sonora sculacciata cosi seduta stante poi dovetti andare a mettermi in ginocchio davanti alla padrona per scusarmi.
“Divina Signora Rocsana, la prego di perdonare la sua umile e indegna serva per non aver servito la cena puntuale, la prego di punirmi severamente in modo possa capire la mia mancanza e non ripeterla più.”
Lei mi i guardò con uno sguardo di ghiaccio.
“Per tutto il mese di luglio indosserai sempre il grembiule giallo in gomma pesante da lavapiatti, dal mattina appena sveglia fino a quando andrai a dormire, anche quando uscirai a fare le commissioni o mi accompagnerai per lo shopping.”
“Pietà Padrona è pesantissimo fa un caldo incredibile e poi in giro per il quartiere, pietà vi prego.”
“Insomma basta, te lo sei meritato.”  Affermò con fare duro e deciso.
Mi veniva da piangere solo al pensiero, l’umiliazione era tremenda, un conto è scendere a prendere due cose sotto casa con un normale grembiule da casalinga, un conto e andare in giro sempre con quel grembiule di gomma pesantissimo.
Tra me e me ho pensato e sperato che fosse solo una minaccia per farmi paura.
Finito di cenare, Rocsana si alzò e andò in cucina, prese la scodella di plastica che mi aveva fatto comprare al minimarket, versò dentro i suoi avanzi poi la posizionò per terre ai suoi piedi.
“Questa sarà la tua cena”
Ero esterrefatta non riuscivo a comprendere tata cattiveria e perversione, cercai con lo sguardo Edoardo sperando la fermasse, invece
“Ringrazia la padrona che ti da i suoi avanzi da mangiare, è un vero onore che ti fa”
Con le lacrime agli occhi dalla vergogna e dal’umiliazione sono appena riuscita a farfugliare.
“Grazie padrona”
Raccolsi la scodella per portarla in cucina e consumare il mio pasto, ma fui fermata energicamente da Rocsana, che con la mano mi trattenne.
“No cara devi magiare per terra come una cagna.”
La rimisi dove l’avevo raccolta e camiciai a magiare cercando di vincere lo schifo e di nascondere la mia eccitazione che preveniva dal’umiliazione. 
   
 
 

AURORA cap 2 "serva in casa sua"

Stavo lavando il pavimento del soggiorno inginocchiata per terra, avevo un vecchio vestitino a fiori e un grembiule di cotone blu con pettorina.
Rocsana apri la porta di casa con le sue chiavi, passò per il salone senza neanche guardarmi poi ritornò in dietro fino quasi alla porta un paio di volte, senza fare niente di particolare solo per lasciare le impronte dei suoi stivali sul pavimento che non essendo completamente asciutto si sporcò molto peggio di come era prima che cominciassi a lavarlo, poi andò a sedersi sul divano.
“Vieni a togliermi gli stivali che ho camminato tutta la mattina” Ordinò
Indossava un elegante vestito di Valentino, che mio marito le aveva regalato il giorno prima, mi alzai e andai davanti a colei che ormai è la padrona in casa mia, mi aveva schiavizzato e rubato il marito in poco più di due mesi.
Tese una gamba, mi inginocchiai davanti e le sfilai prima uno stivale poi l’altro.
“Bacia i piedi alla tua padrona, stupida schiava” Mi ordinò in modo brusco.
Obbedii, con devozione le baciai i piedi sudati l’odore acre del sudore mi arrivo al cervello come una sferzata e l’eccitazione salì, avrei voluto continuare a baciarla risalendo le gambe le cosce fino alla vulva ma lei mi fermò.
“Rilava il pavimento sbrigati non vedi che fa schifo”
Raccolse una rivista dal tavolino e cominciò a sfogliarla mentre io mi rimisi al lavoro, dopo circa dieci minuti che sfregavo il pavimento inginocchiata per terra, Rocsana distrattamente mi disse.
“Portami una coca che ho sete.”
Mi rialzai e andai a prenderle la coca nel frigo, aprii la lattina e la versai in un bicchiere misi il bicchiere su di un vassoio e gli e la servii.
Senza dire una parola mi mollò un ceffone forte in pieno viso.
“Quando mi servi qualcosa lo sai che devi avere il grembiule bianco pulito, non questo sudicio e poi voglio il giaccio stupida, non lo sai che voglio il ghiaccio, nella coca.”
Ritornai in cucina mi tolsi il grembiule blu e ne misi uno bianco pulito poi presi i cubetti di ghiaccio dal frigo li misi nel bicchiere della coca e gli e la riportai.
“Adesso rimettiti al lavoro, sbrigati.”  Fu il suo ordine perentorio.
Feci per riprendere il lavoro ma lei mi fermò
“Stupida non con il grembiule bianco, quello lo devi mettere quando mi servi qualcosa, per fregare il pavimento rimettiti quello di prima.
Dopo pochi minuti ancora.
“Voglio una fetta di limone.”
Di nuovo mi rialzai e andai a prendere il limone mi cambiai il grembiule e gli e lo servii su un piattino già tagliato a spicchi, in quel momento rientrò Edoardo mio marito.
“Ah sei arrivato, guarda questa sguattera come ha pulito, il pavimento fa schifo.”
Mio marito mi guardò con aria severa.
“Ti costerà una bella sculacciata, adesso vai a prepararci da mangiare.” Mi ordinò
Mi girai velocemente per andare in cucina, dopo due passi, sentii Rocsana urlare.
“Te ne vai cosi, senza neanche un po’ di rispetto, stupida serva.”
Decisamente era una giornata difficile, tornai sui miei passi andai davanti a loro con lo sguardo basso  piegai la schiena in avanti flettendo una gamba spingendo il sedere all’indietro in un inchino di riverenza rivolto alla mia padrona Rocsana prima e a mio marito poi.
Rocsana, senza dire niente mi fece cenno con la mano di andare.

Si fecero servire il pranzo in soggiorno, io come una brava domestica avevo un grembiule bianco classico abbastanza ampio che arrivava fino sotto il ginocchio, con la pettorina, come mi aveva ordinato la mia padrona, chiacchierarono ridendo per tutto il tempo ignorandomi completamente come se non esistessi, dopo aver servito il caffè mi ordinarono di andare sotto il tavolo, da prima dovetti leccare i piedi alla padrona, passai la lingua con devozione tra gli spazzi delle dita ripulendoli dello sporco poi cominciai a salire le baciai e leccai tutte le gambe fino alla vagina e li mi soffermai ancora con più devozione e passione, andai avanti a colpi di lingua finche Rocsana non mi inondò con i suoi umori che assaporai fino al ultima goccia, la sentivo gemere e agitarsi, poi disse a Edoardo.
“Amore andiamo a scopare che ho voglia di te e del tuo cazzo.”

Sono stati in camera fino dopo le tre, mentre io mi occupavo di riordinare la cucina e lavare i piatti questa volta con il grembiule giallo di gomma che la mia padrona mi aveva regalato qualche giorno prima, avevo appena finito quando mio marito arrivò in cucina.
“Porta un caffè a Rocsana” Mi ordinò.
“Subito padrone.” Le risposi.
Lui si avvicinò e allungò le mani sulle mie tette, ha cominciato a palpeggiarmi poi ci siamo baciati con la lingua è stato un bacio lungo appassionato carico di passione, appena ci siamo staccati ho sentito la voce di Rocsana che urlava.
“Allora serva questo caffè arriva”
“Si padrona arriva subito”
Rocsana, completamente nuda sdraiata sul  nostro letto era uno spettacolo, bellissima con i suoi venticinque anni i capelli biondi lisci lunghi fino sotto le spalle, i seni prorompenti i capezzoli come due chiodi tesi.
Le servii il caffè, avevo ancora il grembiule di gomma giallo con qui avevo lavato i piatti, senza che lei mi disse niente mi misi in ginocchio ai piedi del letto, lei mi guardo con aria trionfante e mi passò la mano su i mie corti capelli di circa mezzo centimetro.
“E quasi ora di tagliare i capelli sguattera.”
“Ma padrona li …”
“Zitta serva, sei troppo vanitosa, la prossima volta ti faccio rapare a zero non deve rimanere più niente”
“No pietà padrona a zero non pietà”
“Adesso basta mi hai stancato ripuliscimi la figa che tra un ora vengono le mie amiche a prendere il tè.”
Con immenso piacere mi sono dedicata ancora una volta a leccarle la fighetta piena del seme di mio marito.

martedì 27 dicembre 2011

AURORA “Un grembiule per Aurora”

Avevo trascorso il sabato pomeriggio in casa a sbrigare lavori domestici, verso le diciannove sono rientrati mio marito Edoardo e Rocsana, la sua giovane amante Rumena
Le sono andata in contro per aiutarli a portare i numerosi pacchetti e pacchettini che contenevano vestiti eleganti firmati, scarpe, borse, occhiali da sole, pregiata biancheria intima.
“Grazie amore dei regalini che mi hai fatto”
Disse Rocsana in modo dolce.
“Per tè questo e altro.” Le ha risposto mio marito.
Calcolai che aveva speso circa mille euro, una bella cifra, alla faccia dei regalini, ormai era chiaro che mio marito aveva perso la testa per lei.
Rocsana era smaniosa di provare tutto, ad un certo punto mi ha guardato negli occhi e mi ha detto. “Abbiamo pensato anche a te.”
Dal fondo di un pacchetto ha estratto un grembiule giallo di gomma di quelli che usano la lavapiatti nei ristoranti, io sono arrossita. “Grazie” ho detto con lo sguardo basso.
“Su cosa aspetti stupida mettitelo, fatti vedere come stai.”
Rocsana aveva capito la mia indole sottomessa e la mia passione per i grembiuli ed era chiaro che voleva la sua definitiva consacrazione a padrona di casa, facendomi scivolare in uno stato di servitù.
Emozionantissima ho aperto il grembiule e me lo sono messo sopra un vecchio vestito che ormai usavo solo in casa, me lo sono legata dietro in modo stretto, ho provato un intensa emozione guardarmi nello specchio, mi sono bagnata la fighetta vedendomi sembravo proprio una sguattera.
Edoardo e Rocsana si sono messi a ridere e poi si sono accomodati sul divano, hanno cominciato a baciarsi e palpeggiarsi, mentre io ero in piedi in attesa di qualche ordine, lei mi guardò con un sorriso beffardo, ero li davanti a loro a tasta bassa, in me cresceva l’umiliazione, mio marito ha cominciato a spogliarla, lei le ha detto. “Passa i vestiti alla serva, cosi li piega e li sistema.”
La sua soddisfazione cresceva nel vedere la mia umiliazione salire, Edoardo le ha cinto la vita e si alzarono per andare in camera, mi ordinano di seguirli, mio marito si fece spogliare poi dovetti prendere il suo pene già eretto e guidarlo con precisione nella figa di Rocsana, cominciarono una lunga cavalcata, lui la scopò con passione, fino ad un urlo di soddisfazione per entrambi nel raggiungere la vetta del piacere.
Dopo qualche minuto, Rocsana mi ordinò di ripulirle la vagina con la lingua, lo feci con diligenza lei agitava le anche ostentatamente e convulsamente strofinando più volte il sesso bruscamente sulla mia bocca, finché non arrivo ad un secondo orgasmo.
“Mi piaci sei brava farò di te la mia schiava personale.” Disse sorridendo.
 
Amo mio marito e adoro fare l’amore con lui, ma amo anche la passera di Rocsana e le sono sempre più sottomessa, lei era arrivata a casa nostra come donna delle pulizie a ore, pochi giorni dopo essere arrivata in Italia dalla Romania,  in breve tempo ha capito la mia indole sottomessa e il io mio feticismo per i grembiuli, una passione che mi porto dietro dall’ adolescenza e ha saputo sfruttare la situazione a suo favore trasformandomi nella sua serva, in oltre si e  presa mio marito, essendo cosi bella non ha avuto problemi a portarselo a letto, io mi ero accorta ma preferivo far finta di niente, finché Rocsana non ha convinto mio marito a farmi il discorso. “O ti adatti alla situazione o te ne vai.”
Rocsana è molto perversa nell’umiliami in diversi modi, visto che abbiamo la stessa taglia lei si diverte facendomi indossare i suoi vecchi e lisi vestiti di quando viveva in Romania ed era povera in canna, naturalmente non deve mai mancare un grembiule legato in vita in moda da sembrare una povera serva.
Mi porta da una parrucchiera sua amica e mi fa rasare i capelli a circa mezzo centimetro, mi fa depilare la vagina, in oltre mi ha fatto forare le labbra della vulva e mi ci ha messo due anelli che porto in segno di sottomissione.
Mi sono impegnata a obbedirle sempre e in caso di errore o mancanza mi sono detta disposta a subire punizioni corporali, che vanno dallo schiaffo alla sculacciata fino alle bacchettate, dipende dalla gravità della mancanza.
E’ molto umiliante per me l’idea di dovere ubbidire al’amate di mio marito, ma nello stesso tempo provo una sensazione eccitante, quando devo chiedere qualcosa a uno di loro due devo mettermi in ginocchio, il cuore mi batte forte e mi sento bagnare.
Mio marito Edoardo ha quarantatre  anni ed è un bell’uomo, alto uno e ottanta, capelli scuri con qualche sfumatura di grigio, lei ha venticinque anni è bionda naturale un tipo sfrontato e molto appariscente, una vera signora e padrona con dei modi di fare dispotici.
Io ho trentotto anni, capelli castano chiaro terza di reggiseno alta uno e settanta e una quarantadue di taglia.

 “Sei una vecchia ciabatta, una serva insulsa, non sei degna di un uomo come Edoardo, io sono la sua donna, tu sei una sguattera.” Mi ripete spesso soprattutto davanti a Edoardo, poi si baciano con passione.
“Sei bellissima, sei la mia Regina.” Le dice lui facendomi sentire la gelosia e l’eccitazione salire violenta.
Ormai tutto il condominio spettegola su di noi, in quanto non i due piccioncini non hanno un minimo di pudore e si baciano sulla bocca anche in mezzo alla strada, non curanti di chi li vede, in pratica lei è diventata la signora e io la serva, mi sono trasferita in una cameretta a fianco e mi è consentito entrare nella camera matrimoniale solo per rifare il letto e pulire.
Con mio marito facciamo sesso raramente, in momenti in qui lei non c’è come se fossimo una coppia clandestina, forse per via della strana situazione devo dire che le nostre scopate sono meravigliose.