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mercoledì 27 marzo 2013

WONDERFUL TONIGHT - MERAVIGLIOSA STASERA

Eric Clapton

It’s late in the evening – E’ tarda sera
she’s wondering what clothes to wear – lei si sta chiedendo quali vestiti indossare
she puts on her make up – si trucca
and brushes her long blond hair – e si spazzola i lunghi capelli biondi
and then she asks me – e poi mi chiede
do I look alright – sto bene?
and I say yes, you look wonderful tonight – e io rispondo sì, sei meravigliosa stasera

We go to a party – Andiamo a una festa
and everyone turns to see – e tutti si girare a guardare
this beautiful lady – questa bellissima donna
that’s walking around with me – che va in giro con me
and then she asks me – lei mi chiede
do you feel alright – va tutto bene?
and I say yes, I feel wonderful tonight – Ed io rispondo sì, sto davvero bene stasera

I feel wonderful – Sto meravigliosamente
because I see the love light in your eyes – perché vedo nei tuoi occhi la luce dell’amore
and the wonder of it all – e la cosa più strana di tutto questo
is that you just don’t realize – è che tu proprio non ti rendi conto
how much I love you – di quanto ti amo

It’s time to go home now – Adesso è ora di andare a casa
and I’ve got an aching head – e ho un mal di testa
so I give her the car keys – così le ho dato le chiavi della macchina
she helps me to bed – mi ha aiutato a mettermi a letto
and then I tell her – e allora le ho detto
as I turn out the light – mentre spegnevo la luce
I say my darling, you were wonderful tonight – ho detto “tesoro mio, eri splendida stanotte
oh my darling, you were wonderful tonight – oh tesoro mio, eri splendida stanotte

mercoledì 20 marzo 2013

LA DEA

Non avevo mai visto un uomo piangere in modo cosi disperato, eppure la signora Hilda era sempre ruvida e arrabbiata con lui, le dava incarichi domestici di fatica tipo spostare mobili, imbiancare, lavare piatti pavimenti e  sanitari, tenere in ordine il giardino, Jacques era robusto e forte, venerava la signora Hilda con la quale non aveva mai avuto nessun rapporto sessuale, semplicemente si realizzava nel servirla nel ricevere ordini da lei e nel sapere che lei era contenta del suo lavoro. Qualche volta per premiarlo le concedeva di masturbarsi ai suoi piedi calzati da stivali.
Jacques di origini francesi 35 enne era un imprenditore di successo grazie anche al fatto che proveniva da una famiglia ricca, sei mesi prima aveva lasciato moglie e figlia perché la padrona gli aveva detto che se voleva essere suo schiavo non doveva avere altri legami e doveva dedicarsi totalmente a lei, un mese prima Jacques le aveva fatto una sorpresa per il suoi cinquantesimo compleanno, come segno di amore e devozione le aveva intestato una villa in costa azzurra come regalo, ed ora lei gli aveva comunicato che si era stancata di lui e doveva andarsene, era affranto singhiozzava come un bambino, io e Rosalba non sapevamo più come consolarlo, la padrona spietata ribadì. – Tra mezzora fuori di qui con tutte le tue cose, veloce. Lui triste e sconsolato prese la sua valigia e si incamminò a piedi per il vialetto della villetta, ogni tanto si fermava e si voltava per vedere se la padrona ci aveva ripesato e lo richiamava, ma la cosa non avvenne cosi Jacques spari uscendo dal cancello  
Anche io affascinato dalla signora Hilda ero diventato suo schiavo, grazie al mio fisico atletico ai miei 33 anni e il fatto di essere ben dotato ero privilegiato infatti ero Il suo stallone da letto, facevo tutto quello che lei desiderava sessualmente, a differenza di Jacques ero scapolo e quindi non avevo fatto soffrire nessuno, alle nostre performance sessuali assisteva Gianni il suo “Schiavo marito becco” come lo chiamava lei che doveva leccarle la fica e il culo dopo i nostri rapporti e spesso seno o cosce dove avevo eiaculato.
Gianni godeva nel annullamento e portava una cintura di castità, aveva da tempo rinunciato ai suoi diritti coniugali, da anni Hilda la nostra Padrona Dea non le si concedeva più, lui le dava tutti i guadagni del suo lavoro in modo da permetterle di vivere dedicando il proprio tempo ad i suoi vizzi e allo shopping al vestire bene e al piacere.
La villetta era fuori città in un quartiere elegante e tranquillo, Rosalba 30 enne bionda e affascinate da una decina di anni era la sua schiava cameriera, poco più bassa della padrona ma comunque almeno un metro e settanta, carattere remissivo e timida realmente innamorata della sua padrona che l’aveva educata a servirla in silenzio.
Adoratrice di tutto il suo corpo, della sua voce, della sua pelle, dal suo profumo dai suoi occhi di ghiaccio di un grigio intenso e profondo che le facevano sempre piegare lo sguardo, aveva imparato ad accettare sculacciate e qualche frustata nel caso avesse commesso errori nel servirla, svolgeva solerte lavori domestici di qualità e fiducia non pesanti, per quelli c’era lo sguattero Jacques, ed era un ottima cuoca.
La nostra Dea aveva cinquanta anni, nata a Dresda era in Italia da circa venti anni alta metro e settantacinque, settanta chili di peso e la quinta di reggiseno, dal tono della voce fermo deciso e duro, era impossibile non obbedirle, quando facevamo sesso lei si posizionava sempre sopra da dominatrice, la scopavo selvaggiamente, i primi tempi sentiva dolore per via delle dimensioni del mio pene ma poi le sue pareti se sono adattate e cosi provava solo piacere raggiungendo l’orgasmo tre o quattro volte, poi le chiedevo se le posso venirle dentro, lei mi diceva di no e dovevo uscire velocemente a quel punto trovavo Rosalba pronta a prenderlo in bocca e subito gli e la riempivo del  mio caldo sperma, la padrona le ordinava di non smettere non fermarsi e farmelo tornare duro cosa che avveniva in poco tempo e di solito ricominciavo a scoparle la nostra Dea, questo succedeva anche tre volte di fila.
Una giorno la padrona mi ha confessato che aveva raggiunto un orgasmo talmente violento come non credeva possibile si potesse avere, cosi mi ricompensò con baci carezze e rassicurazioni. -Finché scopi cosi, no preoccuparti sarai il più nobile dei miei servi. Mi disse col suo marcato accento tedesco, mi sentii fiero di me come non mai.
Quando era di cattivo umore era veramente dura servirla, se si accorgeva che avevo un erezione nel momento in qui lei non gradiva mi dava delle sonore sberle sul membro, oppure usava il frustino dopo avermi legato per i polsi con un foulard, peggio andava a Gianni il marito becco che veniva sculacciato con una padella e poi con la frusta, le strizzava in continuazione le pelle, le legava il pene con la corda e le versava cera fusa sul membro.
Con Jacques addirittura usava il nerbo di bue lo faceva masturbare energicamente da Rosalba con la mano avvolta in stracci ruvidi, spesso doveva leccare scarpe e stivali compreso tacchi e suole.
Rosalba subiva delle sculacciate a mani nude o con il dorso di una spazzola, a volte veniva clisterizzata, in oltre doveva essere sempre pronta nel servire anche sessualmente eventuali ospiti della padrona sia maschi che femmine, le aveva insegnato a leccare e massaggiare con la massima attenzione e a mostrare tutta la sua devozione.
Rosalba amava realmente la padrona, e la serviva con amore anche nei momenti in qui non era in forma, stanca, malata, ed era orgogliosa di dimostrarle la sua sincera devozione proprio nei momenti in qui era arrabbiata, triste o non in perfetto ordine.  
Gianni dovette assumere anche il ruolo di sguattero, svolgendo i lavori che prima toccavano a Jaques, la mostra Dea padrona lo faceva vestire in modo ridicolo ed umiliate, sempre con i pantaloncini corti in tutte le stagioni del anno, a volte le faceva mettere un vestitino femminile con un grembiulino di Rosalba, quando commetteva qualche errore che la padrona riteneva particolarmente grave le faceva passare la notte nella cantina di casa legato al  muro per il collo, come un animale.
Una sera la nostra Dea tornò a casa con uno splendido ragazzo Sudanese di 30 anni molto vigoroso di nome Ali, chiamò Rosalba e le ordinò di spogliarsi, poi le disse.
-Apriti e mostrati ad Ali. Rossella con le dita apri la sua figa completamente rasata.
Ali non esitò si tolse i pantaloni si avvicinò a Rosalba che si aspettava di dover solo farglielo diventare duro come faceva sempre poi mettersi in disparte mentre il maschio scopava la padrona, invece quella volta la nostra dea si sedette su di una poltrona e guardò che lo splendido ragazzo nero la sollevò di peso e gli e lo infilò tutto dentro con un poderoso colpo di reni, Rosalba lanciò un urlo di dolore, ma ben presto cominciò a dimenarsi come una furia. Hilda si avvicinò a me e mi baciò in bocca, mi prese il cazzo in mano e delicatamente me lo masturbò finché non raggiunse la massima eiezione poi a sorpresa si mise alla pecorina e mi ordinò di scoparla cosi, lo feci guardando Rosalba che si faceva sbattere da Ali.
Dopo un po’ la padrona Hilda cominciò a mugugnare e a muoversi più velocemente con il respiro affannato, quando sono stato sul punto di eiaculare ho tirato fuori il cazzo e l’ho infilato nel culo di Rosalba, sono rimasto fermo per qualche secondo nel suo dietro, anche perché altrimenti avrei goduto subito.
-Torna subito qui e infilalo nel mio di culo, schiavo. Mi ordinò la padrona.
In tutti quei mesi non se l’era mai fatto mettere nel culo, senza pensarci due volte tornai dalla padrona e la penetrai dietro, camiciai a scoparla mentre con le mani le accarezzavo il clitoride, poi le infilai due dita nella fica e dolcemente la smanettai finché non si sciolse in un lunghissimo orgasmo seguito dalla mia abbondante sborrata dentro di lei, era la prima volta che mi concedeva tanto.
La sera stessa dopo che Ali se ne andò, La padrona Hilda disse a Rosalba.
-E giunta l’ora che tu prenda marito, Ali potrebbe essere la persona giusta per tè.
-Anche io padrona potrei essere un ottimo marito per la vostra schiava. Dissi in modo umile.
Lei mi guardò e rispose
-Ci penserò.

lunedì 4 marzo 2013

L'adulterio è l'applicazione della democrazia all'amore.
Henry Louis Mencken

mercoledì 20 febbraio 2013

LA BIONDA DEL PRIMO PIANO


Camminava ancheggiando in modo accentuato, mettendo in risalto il suo sedere tondo e pieno, tutti gli uomini si fermavano a fissarla quando passava, la folta chioma bionda le dava un aria da snob e la rendeva ancora più affascinate.
Era sposata da poco, il marito tornava a casa solo nei week end, viveva al primo piano del palazzo di fronte a noi, a volte nei caldi pomeriggi d’estate si metteva in costume a prendere il sole distesa su uno sdraio.
Più di una volta ho sorpreso mio marito che la guardava dal nostro balcone, provavo gelosia e una morbosa eccitazione, nel pensare a quella bellissima bionda naturale tra le sue braccia.
Io e mio marito eravamo sposati da cinque anni, lui era un trentaquattrenne in perfetta forma fisica ed io avevo ventotto anni, castana con i capelli corti un viso regolare e nonostante avessi la sua stessa taglia, lei sembrava molto più fornita di me.
Ero innamoratissima di Enrico, facevamo sesso divinamente, lui era fermo e deciso un uomo autoritario vecchio stampo ed io la mogliettina sottomessa, si eravamo una coppia un po’ retrò lui l’uomo capo famiglia autoritario che la sera esce con gli amici, io la moglie che rimane a casa a stirarle le camicie.
Una sera d’estate stavamo bevendo una bibita sul nostro balcone era già buio tenevamo le luci spente per non attirare le zanzare, lei di fronte a noi girava per casa sua con un miniabito molto succinto, le sue finestre erano illuminate e vedevamo chiaramente le sue forme eleganti, era sensuale in ogni suo movimento.
Allungai la mano sul pene di mio marito, lo sentii duro come il marmo.
-Amore sei eccitato?
-Si e quella bionda della casa di fronte che me lo fa tirare. Mi rispose.
-Adesso ci penso io amore. Gli dissi
Mi sono alzata dalla sedia e mi sono inginocchiata davanti a lui, gli ho aperto i pantaloni e gli e l’ho preso in bocca e ho cominciato a succhiarglielo, Enrico aveva un pene molto lungo e per prenderglielo in bocca tutto dovevo fare uno sforzo notevole, ma ormai avevo esperienza e mi piaceva molto farli i pompini, i suoi gemiti mi riempivano di orgoglio, andai avanti e in dietro, guardandolo dal basso verso l’alto, mi piaceva stare cosi in quella posizione, dopo poco tempo sentii il suo orgasmo e il suo liquido arrivare e riempirmi.

Il giorno dopo sulla bancarella del mercato ho trovato un miniabito tal e quale a quello che indossava la bionda del primo piano che tanto eccitava mio marito, l’ho acquistato senza pensarci su due volte, e mentre lo pagavo, mi venne in mente un’idea.
Prima di rientrare a casa passai dalla mia parrucchiera, ci conoscevamo da quando frequentavamo le medie.
-Ciao Giusy, sto cercando una parrucca bionda, per fare uno scherzo a mio marito, gli ho detto che mi sarei tinta e lui non era d’accordo, voglio vedere che faccia fa se mi vede bionda.
-Aspetta ne ho proprio una qui in negozio, te la prendo.
Incredibile era perfetta, dello stesso colore e della stessa lunghezza di come portava i capelli, la bionda del primo piano.
La sera quando Enrico è rientrato dal lavoro, indossavo il miniabito e la parrucca bionda, lui rimase di stucco vedendomi cosi.
-Cosa dici le assomiglio? Gli ho chiesto.
-Sembri proprio lei, adesso girati subito che ti voglio prendere come piace a me.
Conoscendolo e sapendo le dimensioni del suo pene, gli dissi.
-Aspetta che vado a prendere l’olio di vaselina.
Lui mi afferrò.
-Sono troppo eccitato, non ho tempo da perdere.
Cominciò a spingere il suo pene dentro il mio sedere, un attimo dopo gemevo di dolore e di piacere, lui mi sconquassava penetrandomi con colpi decisi e spingeva fino al massimo che poteva entrare, mi teneva per i fianchi e aumentò il ritmo finché non l’ho sentito urlare mentre mi riempiva di sperma, io spingendo il bacino per accoglierlo tutto e urlai con lui il mio godimento.

Spesso la incontravo dal salumiere o dal’ortolano sotto casa, cosi avevo attaccato discorso, si chiamava Patrizia e aveva ventitré anni, prima di sposarsi abitava in un'altra città, scambiava qualche parola ma non si fermava mai a lungo e non dava molta confidenza.
Un pomeriggio l’avevo incontrata dal salumiere, sembrava di buon umore e rilassata cosi l’ho invitata a prendere un caffè da me, lei accettò subito.
Ci siamo messe a chiacchierare, Patrizia si sciolse e mi racconto un po’ della sua vita, stando bene attenta a non farmi vedere presi dal armadietto una fiala del farmaco che usavo contro lo stress a base di benzodiazepina e la versai nel caffè che le offrii.
Patrizia non si accorse di nulla essendo la benzodiazepina insapore e in odore, dopo pochi minuti cominciò a manifestare i primi sintomi di sonnolenza e torpore, le offrii una bibita dove vi svuotai una seconda fialetta, lei la bevette e pochi minuti dopo crollò addormentata.
Quando si risvegliò era legata ed imbavagliata al nostro letto matrimoniale, completamente nuda, Enrico era rientrato da qualche minuto e stava contemplando il suo magnifico corpo, gli occhi di Patrizia erano pieni di terrore, io ero eccitata impazzente che mio marito cominciasse a possederla, invece se ne stava li in silenzio a guardarla e non faceva niente, sembrava ipnotizzato.
Camiciai a leccare Patrizia con avidità, dopo poco lei cominciò a gemere agitando la testa, io tra le sue cose dimenavo il sedere in modo che Enrico lo vedesse bene e si eccitasse, la vagina di Patrizia era pelosa calda e odorante, Enrico cominciò a pizzicare i capezzoli della stupende bionda, si accorse che erano gonfi e duri.
Presi in mano l’uccello di  mio marito lo portai alla bocca e cominciai ad inumidirlo di saliva, poi ripresi a leccare Patrizia che ansimava e guardava con passione il grosso pene di  io marito.
Enrico la penetrò fino in fondo con una sola spinta, la vagina di Patrizia lo accoglieva tutto addirittura sembrava lo aspirasse con forza, Enrico cominciò il suo va e vieni, io la guardavo negli occhi e la vedevo eccitata, ho capito quando a goduto, subito dopo mio marito è esploso di piacere dentro di lei emettendo un grugnito sordo.

Qualche minuto dopo prepari una bibita per Patrizia le versai dentro un'altra fiala del farmaco a base di benzodiazepina, la obbligai a berlo facendomi aiutare da Enrico che le teneva toppato il naso per fargli aprire la bocca, si addormentò subito.
-Cosa mi hai fatto fare, finiremo in galera tutti e due.
Mi disse Enrico con il volto sconvolto dalla paura.
-Ma no vedrai che quando si sveglia non si ricorda più niente è la terza fialetta che le do in due ore, adesso la rivestiamo la mettiamo sul divano e quando si sveglia le diciamo che ha avuto un malore, andrà tutto bene.
-Tu sei pazza, cosa mi hai fatto fare, sei pazza. Mi disse Enrico sempre più stravolto dal rimorso.
-L’ho fatto per tè, me lo hai detto tu che ti eccitava.
-Si ma io non immaginavo, non credevo insomma ti rendi conto.
Farfugliò quasi piangendo.
-Potevi rifiutarti slegarla lasciarla andare e denunciarmi, ma non lo hai fatto ne hai approfittato, adesso sei colpevole quanto me.
Enrico ebbe una crisi di pianto che durò qualche minuto poi si riprese, intanto io avevo già ricominciato a rivestire la nostra vittima, una volta rivestita mio marito mi aiutò a riportarla sul divano, si risvegliò dopo più di un ora quando cominciava a fare buio.
-Patrizia, finalmente ti sei ripresa, ti sei sentita male qui a casa mia ti ricordi? Forse un calo di zuccheri, adesso come stai?
Le dissi fingendomi in ansia e preoccupata per lei.
-Non mi ricordo niente. Mi rispose.
Io e mio marito ci dimostrammo amorevoli nei suoi confronti, preoccupati della sua salute, la riaccompagnammo a casa e usammo molte premure nei suoi confronti.

Per un paio di giorni non usci di casa, le telefonavo un paio di volte al giorno per chiederle come stava, le mi diceva che si stava riprendendo.
Un pomeriggio l’andai a trovare, ormai si era quasi ripresa del tutto.
-Quanto tempo sono priva di conoscenza in casa tua? Mi chiese
-Non so, un quarto d’ora, massimo venti minuti. Risposi
-Perché non hai chiamato un ambulanza o un medico?
-Non mi è sembrato necessario, non sembrava niente di grave, un semplice svenimento, forse dovuto al caldo.
-Già. ripose con aria pensierosa.
Cambiai subito discorso, e lei si dimostro affabile anche più del solito.
Nei giorni seguenti ci frequentammo parecchio, andavamo a fare la spesa e al mercato il pomeriggio ci incontravamo sotto casa per mangiare un gelato, non parlammo più del suo “Malore.”
Enrico invece era sempre più strano, silenzioso e mi evitava, dopo il fatto facevamo l’amore sempre di meno con meno intensità e meno trasporto, sembrava staccarsi da me e la cosa mi faceva stare in pensiero.
Una mattina portandole il caffè a letto come sempre gli dissi.
-Hai visto che è andata bene, devi fidarti di me, oggi torna presto che lo rifacciamo.
Mi guardò con un aria smarrita impaurita.
-Si va bene.
Mi rispose ma nei suoi occhi non c’era eccitazione, il suo viso rimase impassibile imperscrutabile.
Invitai Patrizia a casa mia come la volta prima, per prendere il caffè, lei accettò. Mi ero già preparata le fiale e non fu difficile versale nel caffè senza farsi vedere, ancora una volta funzionò e Patrizia si addormento quasi subito, la legai al letto questa volta in modo più sofisticato con le gambe aperte totalmente offerta.
Sentii suonare il campanello. “Strano che Enrico non ha le chiavi” Pensai
Andai ad aprire e mi ritrovai davanti due poliziotti in divisa e uno in borghese.
-Ispettore Franco Carri, polizia ci faccia entrare.
Ancora prima di finire la frase si era già infilato in casa seguito dai due poliziotti in divisa, pochi secondi dopo era in camera davanti a Patrizia narcotizzata e legata.
-La dichiaro in arresto per sequestro di persona e stupro. Disse mentre mi infilava le manette.
Con lo sguardo affranto sulla porta di casa Enrico in lacrime, mentre mi portavano via mi disse.
-Amore, dovevo fermati, l’ho fatto per il tuo bene.











giovedì 7 febbraio 2013

L’amore: un sentimento inventato. Ciò che conta è il gioco della seduzione, il rituale di piacere a qualcuno - Gesualdo Bufalino

martedì 29 gennaio 2013

Il mio primo racconto Noir  

Ditemi come sempre cosa ne pensate

RACCONTO NOIR. UNA GIORNATA DÌ MERDA



UNA GIORNATA DÌ MERDA

Nome – Franco
Cognome – Carri
Età – 35 anni
Domicilio – Milano “Quarto Oggiaro”
Professione – Ispettore di pubblica sicurezza



Alle 10 del mattino con aria assonnata la barba lunga di tre giorni, Franco usciva dal suo monolocale di Via Amoretti a Quarto Oggiaro con i soliti jeans lisi, la maglietta di cotone blu, le scarpe da tennis bianche e azzurre e un giubbotto di pelle nera.
Aveva dormito solo qualche ora, la notte precedente aveva fatto un lungo appostamento fino quasi al alba, a trentacinque anni ne dimostrava quaranta e quella mattina forse anche di più.
Sindi la sua compagna era uscita di casa molto presto per andare a lavorare nel bar dove Franco stava andando a fare colazione.
Da ormai sedici mesi vivevano insieme, un vero record per Franco, con la moglie tra fidanzamento matrimonio e separazione erano passati quindici mesi.
Sindi Koval era Albanese di madre e Croata di padre, 29 enne, ex prostituta che dopo qualche anno si era ribellata alla banda di Albanesi che la sfruttava, grazie all’ aiuto di Franco Carri Ispettore della squadra mobile era riuscita ad uscire dal giro e ora faceva la barista, per 950 euro al mese, lavorando dalle sette del mattino alle otto di sera.
Mancavano pochi metri al ingresso del bar, Franco senti il rombo di una potente moto rallentare alle sue spalle, allenato ad annusare il pericolo dai molti anni di servizio si girò di scatto, vide quello che stava seduto dietro la moto estrarre una pistola, agì velocemente come era abituato a fare, si butto per terra, tiro fuori dal giubbotto di pelle nero la sua Beretta 92 e rispose al fuoco rotolando sul marciapiede fino a trovare riparo dietro un cassonetto del’immondizia, tra le urla spaventate dei passanti.
Per puro caso una volante passava di li e i due agenti cominciarono a sparare in aria, visto che la situazione si era messa male rapidamente il bandito risali sulla moto e i due partirono velocemente inseguiti dalla volante.
La prima persona che vide arrivare verso di lui, quando era ancora sdraiato a terra fu Sindi di corsa.
-Sei ferito. Gli chiese
-No tutto a posto. Rispose lui
-Sono ancora quei maledetti, non ci lasceranno mai in pace. Disse Sindi col volto rosso dalla rabbia.
-Non ti preoccupare tra un po’ li arrestiamo tutti vedrai.  

La giornata era cominciata decisamente male per Franco Carri ispettore di pubblica sicurezza e prosegui ancora peggio, alla caserma di via Satta, il commissario Italo Gatti, un uomo sessantenne, vecchio stampo, autoritario con una certa arroganza di natura, concio subito ad incalzarlo di domande sulla sparatoria.
-Commissario, sono sicuro che sono stati quelli della banda Knezevic, lo sa che è per Sindi.
-Come fai ad esserne sicuro?
-Intuito da poliziotto.
-Se sono loro sai che non possiamo arrestali, ci servono per arrivare ai pesci grossi che trafficano in droga.
-Ok ma cerchiamo almeno di spaventarli, altrimenti io ci lascio le penne.
-Resisti ancora per un po’ appena abbiamo preso i capi li arrestiamo.

Knezevic era la banda che aveva portato clandestinamente Sindi in Italia e poi l’avevano costretta a prostituirsi sui marciapiedi della periferia Milanese, Goran e Louban i due fratelli Knezevic erano i capi, Sindi era loro cugina e fu tra le prime vittime della banda, lei si era fidata, le avevano promesso un buon lavoro onesto e ben pagato, invece le avevano dato un sacco di botte e pesantemente minacciata finché aveva dovuto piegarsi ai loro voleri.

Alle otto e mezzo di sera, quando Franco tornò a casa era nervoso, apri la porta del appartamento e stranamente tutte le luci erano spente, Sindi doveva essere in casa da almeno un venti minuti, invece non c’era traccia di lei.
Franco la chiamò subito al cellulare.
Dopo numerosi squilli rispose una voce di uomo con forte accento del est.
-Tra un ora sullo spiazzo del mercato. Disse e riattaccò
Franco puntuale dopo un ora era sullo spazio dove il venerdì si tiene il mercato, ma non c’era nessuno, attese più di mezzora, quando arrivò Goran su di un Mercedes nuovo fiammante.
Si fermò ad un metro da Franco, rischiando di travolgerlo.
-Dove è Sindi? Bastardo.
-Non ti preoccupare per sta bene,
-Pezzo di merda, fammela vedere.
-Ci siamo ripresi la nostra puttana caro ispettore, se la rivuoi devi pagare 30.000 euro
Domani a mezzanotte qui con i soldi o non la rivedi più.
Goran, risali in macchia e se ne andò guidando più veloce di un pilota di rally.
Franco rimase in mobile a guardarlo.
“Proprio una giornata di merda.” Pensò

La mattina dopo Franco andò al commissariato molto presto,  il commissario Gatti era già al lavoro, Franco entrò nel suo ufficio, parlarono per circa un ora.
Intervenire voleva dire mandare al aria tutta l’operazione che portava ai capi dell’organizzazione, non intervenire voleva dire mettere seriamente a rischio di Sindi.



Al ora stabilita tutta la zona era piena di poliziotti in borghese pronti ad intervenire.
Franco si presentò puntuale con in mano una valigetta che in realtà era piena di carta straccia, anche volendo non aveva quella cifra.
Dopo circa venti minuti arrivò il Mercedes, Goran guidava e Louban era seduto dietro con Sindi e le puntava una pistola puntata alla tempia, Goran si fermò ad una certa distanza.
Franco alzò la valigetta per fargliela vedere,  Goran scese dalla Mercedes e Louban rimase con Sandi, mentre Goran si avvicinava, Louban sulla macchina rispose al cellulare, tenendo sempre la pistola puntata su Sandi, dopo un attimo scattò fuori dalla vettura urlando qualcosa in Albanese, Goran ritornò di corsa verso l’auto, i poliziotti in borghese ricevettero l’ordine di fare fuco, una raffica di proiettili si abbatté sui due fratelli colpendo a morte Louban e ferendo Goran, purtroppo un proiettile colpi anche l’ostaggio, Franco corse subito da lei ma fece appena in tempo a vederla esalare l’ultimo respiro.